VINTAGE vs COLLECTIBLE DESIGN

Negli ultimi anni i termini vintage e collectible design vengono spesso utilizzati come sinonimi.
In realtà indicano due concetti profondamente diversi, che hanno a che fare non solo con il tempo o con il valore economico degli oggetti, ma soprattutto con il progetto, il contesto e il modo in cui il design entra in relazione con la cultura contemporanea.

Comprendere la differenza tra vintage e collectible design significa andare oltre l’estetica e interrogarsi sul ruolo degli oggetti, sulla loro funzione e sulla loro capacità di raccontare un’epoca o un pensiero progettuale.

Perché oggi si confondono vintage e collectible design

La confusione nasce in gran parte dal mercato e dalla comunicazione.
Negli ultimi anni il design è stato sempre più spesso raccontato attraverso categorie semplificate, dove termini come raro, iconico o da collezione vengono applicati con grande facilità.

Social network, piattaforme di vendita e una narrazione spesso orientata all’immagine hanno contribuito a diffondere l’idea che tutto ciò che è “vecchio”, “non più in produzione” o semplicemente riconoscibile possa essere definito automaticamente collectible.
Ma il tempo, da solo, non è mai un criterio sufficiente.

Vintage e collectible design rispondono a logiche diverse, che riguardano il progetto, il sistema produttivo e il valore culturale dell’oggetto.

Che cos’è il design vintage

Il design vintage è legato innanzitutto al tempo e alla storia d’uso degli oggetti.
Si tratta di elementi progettati e prodotti in un determinato periodo storico, spesso all’interno di una produzione industriale più ampia, che oggi vengono riletti alla luce della distanza temporale.

Un oggetto vintage porta con sé:

  • un contesto storico preciso

  • una funzione originaria chiara

  • una relazione diretta con l’uso quotidiano

Il suo valore risiede nella capacità di testimoniare un modo di progettare, produrre e abitare che appartiene a un’altra epoca.
La patina, i segni del tempo e l’usura non sono difetti, ma parte integrante della sua identità.

Il design vintage non nasce per essere collezionato: diventa interessante dopo, attraverso il tempo e lo sguardo critico che si posa su di esso.

Che cos’è il collectible design

Il collectible design, al contrario, nasce già consapevole del proprio ruolo culturale.
È un design che dialoga fin dall’inizio con il sistema dell’arte, della curatela e del collezionismo contemporaneo.

Le sue caratteristiche principali non sono l’età o la funzione, ma:

  • una forte intenzionalità progettuale

  • una produzione limitata o controllata

  • una relazione diretta con gallerie, collezionisti e contesti espositivi

  • una narrazione che accompagna l’oggetto fin dalla sua nascita

Nel collectible design l’oggetto non è soltanto uno strumento funzionale, ma un dispositivo culturale.
Il progetto, il concetto e il contesto contano quanto – e talvolta più – dell’uso.

In molti casi, il collectible design non si pone come alternativa al design industriale, ma come territorio di ricerca, dove funzione, materia e significato vengono messi in discussione.

Il tempo non basta: perché non tutto ciò che è vecchio è collectible

Uno degli equivoci più diffusi è pensare che il semplice trascorrere del tempo trasformi automaticamente un oggetto in un pezzo da collezione.
In realtà il tempo è solo uno degli elementi in gioco, e spesso nemmeno il più importante.

Affinché un oggetto possa essere considerato collectible è necessario che esistano:

  • una qualità progettuale riconoscibile

  • un contesto culturale che lo legittimi

  • una narrazione coerente nel tempo

Molti oggetti vintage rimangono interessanti come testimonianza storica o come parte di una cultura materiale condivisa, senza mai entrare in una dimensione collezionistica strutturata.
E questo non rappresenta un limite, ma una differenza sostanziale di natura.

Design, funzione e valore culturale

La distinzione tra vintage e collectible design porta inevitabilmente a riflettere sul rapporto tra funzione e valore culturale.

Nel design vintage la funzione è spesso il punto di partenza: l’oggetto nasce per rispondere a un’esigenza concreta e viene successivamente riletto come espressione di un’epoca.

Nel collectible design, invece, la funzione può diventare secondaria o addirittura simbolica.
L’oggetto è prima di tutto un progetto, una presa di posizione, un’idea resa materia.

Questa differenza non riguarda soltanto gli oggetti, ma il modo in cui essi vengono inseriti negli spazi e nel nostro quotidiano.

Vintage e collectible design: due valori diversi, non opposti

È importante chiarire che vintage e collectible design non sono categorie in competizione.
Non si tratta di stabilire gerarchie o di definire cosa sia “meglio”.

Il vintage lavora sulla memoria, sull’uso e sulla continuità.
Il collectible design lavora sulla ricerca, sulla sperimentazione e sul presente.

Entrambi possono convivere e dialogare all’interno di uno stesso progetto, se inseriti con consapevolezza e senza forzature.

Uno sguardo che nasce dall’esperienza

Questa distinzione non nasce solo da una riflessione teorica, ma da un’esperienza diretta maturata nel tempo attraverso il confronto con il mondo delle gallerie di design e con contesti espositivi in cui il progetto viene letto, discusso e messo in relazione con il sistema dell’arte e del collezionismo.

Un ambito che contribuisce a formare uno sguardo sul design non come semplice oggetto, ma come espressione culturale, capace di assumere significati diversi a seconda del contesto, del tempo e dello spazio in cui viene inserito.

Perché questa distinzione è importante anche per l’architettura

La differenza tra vintage e collectible design diventa centrale quando si parla di progetto dello spazio.
Oggetti, arredi e architettura non sono elementi separati, ma parti di un unico sistema.

Nel mio lavoro di architetto a Torino, la scelta tra un oggetto vintage e un elemento di collectible design non è mai una questione di tendenza o di valore simbolico, ma di progetto.
Dipende dallo spazio, dalla luce, dalla funzione e dal tipo di relazione che si vuole costruire tra le persone e l’ambiente.

Comprendere questa distinzione significa progettare con maggiore consapevolezza, evitando sovrapposizioni forzate e valorizzando ogni elemento per ciò che realmente è.

Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia sul rapporto tra design, progetto e cultura dell’abitare.

architetto a Torino

Giuseppe Ghignone

Sono un architetto con oltre quindici anni di esperienza nella progettazione residenziale, nelle ristrutturazioni e nell’interior design.

Mi sono laureato con lode al Politecnico di Torino e sono iscritto all’Ordine degli Architetti di Torino.

Dopo un Master di II livello in Real Estate e Pianificazione Territoriale, ho maturato un approccio che integra visione architettonica, competenza tecnica e cultura del design.

Mi occupo di progetti residenziali, seguendo personalmente ogni fase:

rilievo, concept, sviluppo architettonico, pratiche edilizie e direzione lavori.

Collaboro con artigiani e imprese selezionate per garantire qualità costruttiva, controllo dei dettagli e coerenza estetica fino alla consegna finale.

Il mio lavoro si fonda sull’idea di misura tra funzione, proporzione e materia: creare spazi coerenti, luminosi e autentici, capaci di rispondere alle esigenze di chi li abita e di valorizzare il contesto in cui si inseriscono.

Lo studio, con sede a a Torino, sviluppa progetti in tutto il territorio italiano, con una particolare attenzione alla trasformazione e valorizzazione degli spazi abitativi esistenti.

https://www.giuseppeghignone.it
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PAOLA COLOMBARI