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      <image:title>Journal - Quando il design non mette paletti alla creatività</image:title>
      <image:caption>Incontro Rossana Orlandi che, dopo oltre vent’anni nel mondo della moda, ha deciso di seguire l’altra sua passione: il design. Nel 2002 fonda lo spazio Rossana Orlandi. Dal 2004 partecipa al salone del Mobile e svariate edizioni di Design Miami/Art Basel. Tra gli artisti/designer che ha aiutato a lanciare troviamo Maarten Baas, Piet Hein Eek, Nacho Carbonell e tanti altri. Le gallerie di design costituiscono un fenomeno abbastanza recente in Italia, mentre all’estero sono presenti già da diversi anni: a cosa è dovuto questo ritardo secondo Lei? In parte credo dall’importanza del design storico italiano e della sua relazione con il mondo dell’industria che porta i collezionisti a considerare il design, sempre nell’ottica di un prodotto.  Riconosce un approccio diverso al progetto tra designer italiani e stranieri? Se sì, in cosa? Come dicevo, in Italia è ancora forte la classica relazione tra designer e produttore con i suoi ruoli ben distinti. All’estero, e mi riferisco soprattutto alle scuole del nord Europa, i designer da anni hanno imparato a “sporcarsi le mani” con piccole edizioni o progetti già autonomamente ingegnerizzati se non addirittura autoprodotti e commercializzati. Credo che dipenda dal fatto che le scuole italiane sono rimaste molto più legate alla teoria mentre in Olanda per esempio c’è un approccio più pratico con la possibilità di utilizzare i tanti laboratori a disposizione delle Università. Che cosa distingue una galleria di design da una galleria d’arte vera e propria? Non credo ci siano grandi differenze sennonché spesso, ma non sempre, gli oggetti che vengono proposti verranno in seguito “utilizzati” dal cliente quindi oltre al valore concettuale e realizzativo devono possedere “anche” delle qualità funzionali. In altri casi esistono artisti come Nacho Carbonell che sicuramente utilizzano un dizionario e un codice espressivo proveniente dal mondo dell’industria e del design ma, solo come mezzo per esprimere altro. Come nasce una nuova mostra e in base a quali parametri scegliete i vostri artisti/designer? Cerchiamo di avere un punto di vista aperto a 360 gradi anche per questo spesso le nostre mostre sono collettive, cerchiamo in giro per il mondo, giovani che abbiano delle idee nuove, che siano capaci di emozionarci. Altre volte quando ci accorgiamo che un giovane designer ha già sviluppato un suo linguaggio forte e originale emerge la necessità di una mostra personale che serve sia come momento di riflessione su ciò che ha già fatto ma, anche come punto di partenza per nuovi progetti. Come definirebbe la tendenza dell’Art-Design? Non amo molto questo termine e cerco di non mettere paletti alla creatività. Chi sono i suoi utenti finali? Esiste un mercato trasversale tra quello dell’Arte e quello del Design? Si, esiste un mercato trasversale, soprattutto all’estero ma i miei clienti sono di tutti i tipi, è difficile classificare. Quello che mi sento di dire è che nella maggior parte dei casi sono delle persone molto interessanti. Rossana Orlandi dopo oltre vent’anni nel mondo della moda decide di seguire l’altra sua passione: il design. Nel 2002 fonda lo spazio Rossana Orlandi. Dal 2004 partecipa al salone del Mobile e svariate edizioni di Design Miami/Art Basel. Tra gli artisti/designer che ha aiutato a lanciare troviamo Maarten Baas, Piet Hein Eek, Nacho Carbonell e tanti altri. Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia sul rapporto tra design, progetto e cultura dell’abitare. Il testo è redatto da Giuseppe Ghignone, architetto a Torino</image:caption>
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      <image:title>Journal - Paola Colombari</image:title>
      <image:caption>Ci racconti di lei: in che contesto è nata la Galleria Colombari e con quali obiettivi? La nostra Galleria nasce nel 1981 a Torino come Paola e Rossella Colombari, figlie di un’antica dinastia di antiquari. Giovanissime, con la nascita delle nuove avanguardie postmoderne respirammo naturalmente gli elementi essenziali del cambiamento; all’epoca non esisteva ancora la cultura del Design e le grandi case d’Aste internazionali battevano all’incanto ancora opere Liberty e Decò. La nostra Galleria ebbe l’intuizione di incominciare ad interessarsi del collezionismo post-war, con particolare attenzione alle opere dei grandi Architetti italiani ma soprattutto in particolare del grande Architetto Carlo Mollino, di cui oltre a scoprirne le opere e a valorizzarle nel mondo fu proprio la prima Asta che organizzammo nel 1985 a Venezia che segnò non solo il debutto delle sue prime opere all’incanto, ma segnò ufficialmente nel mondo la nascita del Modernariato. L’Asta, curata da noi a Venezia per la Casa D’Aste Semenzato il 6 aprile del 1985 a Palazzo Giovannnelli, è ormai storica: segna l’inizio del collezionismo postmoderno aprendo un varco nelle nuove frontiere culturali. Negli anni a seguire, dopo il successo immediato e la ricezione da parte dei grandi collezionisti internazionali, mia sorella ed io (ormai Direttori Culturali della Semenzato) organizzammo a Milano un’altra Asta che anticipò i nuovi fenomeni culturali mettendo all’incanto la grande mostra The New Domestic Landscape curata da Emilio Ambasz. La nostra Galleria in seguito iniziò anche ad occuparsi dei nuovi movimenti culturali che stavano nascendo; il design aveva in quegli anni assunto un nuovo linguaggio creativo con le prime manifestazioni delle correnti poetiche e sentimentali dell’oggetto, come il manifesto di Alchimia del 1984 di Alessandro Mendini e Alessandro Guerriero, in cui l’anti-ortodossia dello stile Moderno incominciò a definirsi nella sua libertà, nel progettare fuori dall’istituzione, nell’introdurre – come in Memphis con il grande designer Ettore Sottsass – il colore ed  il segno  come elemento innovativo ed artistico della forma all’interno della produzione. Nel 1989 la nostra Galleria si trasferì a Milano diventando un riferimento internazionale insieme alle poche Gallerie che si occupavano di Modernism come: a Parigi la Galleria Denis Bosselet e Marc Huben, Neotù, Clara Scremini, Dow Town; a Londra David Gill, a Colonia la Galleria Gabrielle Amman, a New York la Galleria Fifty &amp; Fifty, Barry Friedman, Moss. Nel 1991, la scelta di lasciare a mia sorella la continuità del collezionismo internazionale del Modernariato per fondare la mia prima Galleria di Art Design con il marchio Edizioni Galleria Colombari, è stata per me una grande sfida. Per anni ho prodotto cultura di tendenza e ho fatto parte direttamente del fondamento delle prime gallerie europee, ma non mi sono sbagliata, e anche se è stata dura, ho sempre pensato che anche il design avesse una sua mobilità costante nella contemporaneità espressiva e che quindi  il Design potesse ad entrare a fare parte del collezionismo contemporaneo. Inizialmente quindi la Galleria che fondò con sua sorella Rossella si fece promotrice dell’opera di Carlo Mollino. Come considera il suo lavoro nel contesto del design di quegli anni? Genio visionario e isolato, o precursore di tendenze che si sono espresse successivamente con maggiore evidenza? Considero il grande Architetto Carlo Mollino il precursore della rottura con lo stile moderno: Mollino con il suo linguaggio è un artista surrealista, onirico, eclettico, grande anticipatore del post-moderno, oppositore alle correnti ortodosse moderniste. Oltre che architetto, è stato designer, fotografo, scrittore, progettista e pilota di auto da corsa e di aerei da acrobazia, amante della montagna e provetto sciatore. Oggi la storia del collezionismo passa attraverso tre grandi riferimenti che hanno segnato il cambiamento moderno: Carlo Mollino l’anticipatore del postmoderno, Ettore Sottsass ed Alessandro Mendini i fondatori del postmoderno e Philippe Starck che ha cambiato il modo di arredare introducendo il postmoderno nell’industrial design. Oggi, a distanza di moltissimi anni e grazie al grande successo internazionale, il Fondo Carlo Mollino negli ultimi anni è stato digitalizzato e si conserva presso gli archivi della Biblioteca centrale di Architettura del Politecnico di Torino. In base alla lunga esperienza nel 2005 Paola e Rossella Colombari pubblicano con la Idea Books il primo catalogo Carlo Mollino. Catalogo dei Mobili, una Bibbia per i collezionisti che cercano un riferimento per le sue opere. Mollino ormai da anni fa parte dello Star System, dal 1995 a oggi sono 115 i passaggi in asta con il 72% di venduto e l’ascesa continua perché, insieme a Eileen Gray (28 milioni $ per la poltrona Aux dragons), Carlo Mollino è una vera e propria icona e di sicuro che nei prossimi anni sfiderà anche le quotazioni del mercato dell’arte moderna e contemporanea, dopo avere superato i 3 milioni $ a dicembre del 2006 all’asta di Christie’s. L’art design ha dato vita a un mercato del collezionismo che possiamo definire analogo a quello dell’arte? Se il collezionismo del design è stato negli anni ’90 la consequenzialità diretta del Modernariato, l’Art Design ne è oggi la sua forma più estrema come nuovo collezionismo post-post moderno, cambiando non solo i linguaggi border-line tra Arte e Design ma modificando anche le dinamiche dell’imprenditorialità culturale. Le opere di Art Design oggi sono considerate come vere opere d’arte, presentano la stessa dinamica della short limited edition, un contenuto maggiormente materico e diretto nel segno e l’esposizione anche in circuiti fieristici e mostre di arte contemporanea. La mia Galleria è stata tra le prime dedicate all’Art Design e dal 2000 si è unita anche l’Arte contemporanea, facendo dialogare l’arte e il design insieme. In base alla sua esperienza, oggi l’art design è una tendenza, una moda, o una concreta evoluzione nel campo del design? E se lo è, con quali prospettive di sviluppo? L’Art Design è una concreta evoluzione dell’espressione sociale delle tendenze contemporanee e ne sono anche testimonianza non solo le mostre ma anche le Fiere. Nel 2002 realizzai a Novegro il primo format fieristico di collezionismo di Modernariato e Design in Italia con 300 espositori e nel 2004 con Ente Fiera Milano; negli anni a seguire si svilupparono poi molte Fiere internazionali come Miami Art Basel, Pavilion Art &amp; Design a Parigi e Londra, ed oggi alcune Fiere italiane come Miart. Tuttavia manca ancora un format innovativo, molto avveniristico, a cui sto lavorando da alcuni anni per realizzare in futuro la prima Fiera di tendenza di Art Design. Sembrano ormai lontani, quasi archeologia postmoderna alcuni designer come Philip Starck, Tom Dixon, James Irvine, Marc Newson e altri che ne sono stati il riferimento. ggi viviamo la nuova dimensione “dell’open design”, con una libertà creativa che si esprime attraverso diverse tendenze: dal New Baroc olandese con la scuola di Maarten Baas, al design tropicalista brasiliano con designer famosi come i Fratelli Fernando e Humberto Campana, Rodrigo Almeida, alle tendenze del digital craft, al neo-organicocon Karim Rashid, i fratelli Bouroullec, Ross Lovegrove …l’arte non morirà mai ma cambierà solo il linguaggio dell’espressione, della percettività e dell’intuizione progettuale. Dunque oggi l’Art design vive la libertà della forma come espressione di una società fluida ed in continuo divenire. Art Design for Freedom è stata una mostra da lei curata che si è tradotta in una vera e propria dichiarazione di intenti, un abbattimento di confini e discipline a favore di una fluidità creativa capace di mescolare linguaggi e materiali: una battuta per ciascuno dei designers e degli artisti in mostra. Nella mostra che ho curato, Art Design for Freedom, ho fatto un triplice gioco di linguaggi: la contemporaneità dell’azione espositiva tra Arte e Design, il linguaggio creativo dell’Art Design e la libertà come tema dell’infinita ed eterna fluidità dei linguaggi futuri. Finalmente liberi dalle scuole e dagli stili modernisti e postmodernisti, l’opera d’arte siamo noi con il nostro incessante divenire.  Una battuta per ogni artista e designer? Karim Rashid organico e Blobulous nel segno, con la sua poltrona Blobulous Chair; Antonio Cagianelli è la Vanitas nella cultura hip hop, con la poltrona Trans-Vital Mother a forma di teschio,  Alessandra Roveda è riciclo sentimentale all’uncinetto, David Palterer è tradizione e mistica del pensiero con una maschera surreale; tra gli artisti Aldo Mondino con l’opera Vola Colomba è ironico e concettuale portando  in cielo un pezzo  originale del muro di Berlino con cento palloncini colorati, come memoria; la brasiliana Andrea de Carvalho è una tropicalista surreale con Coracao Esplosivo e infine il texano Steve Thornton con la foto del suo cavallo purosangue bianco rappresenta la bellezza e la libertà. Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia sul rapporto tra design, progetto e cultura dell’abitare. Il testo è redatto da Giuseppe Ghignone, architetto a Torino</image:caption>
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      <image:title>Journal - Vintage versus Collectible Design</image:title>
      <image:caption>Negli ultimi anni i termini vintage e collectible design vengono spesso utilizzati come sinonimi. In realtà indicano due concetti profondamente diversi, che hanno a che fare non solo con il tempo o con il valore economico degli oggetti, ma soprattutto con il progetto, il contesto e il modo in cui il design entra in relazione con la cultura contemporanea. Comprendere la differenza tra vintage e collectible design significa andare oltre l’estetica e interrogarsi sul ruolo degli oggetti, sulla loro funzione e sulla loro capacità di raccontare un’epoca o un pensiero progettuale. Perché oggi si confondono vintage e collectible design? La confusione nasce in gran parte dal mercato e dalla comunicazione. Negli ultimi anni il design è stato sempre più spesso raccontato attraverso categorie semplificate, dove termini come raro, iconico o da collezione vengono applicati con grande facilità. Social network, piattaforme di vendita e una narrazione spesso orientata all’immagine hanno contribuito a diffondere l’idea che tutto ciò che è “vecchio”, “non più in produzione” o semplicemente riconoscibile possa essere definito automaticamente collectible. Ma il tempo, da solo, non è mai un criterio sufficiente. Vintage e collectible design rispondono a logiche diverse, che riguardano il progetto, il sistema produttivo e il valore culturale dell’oggetto. Che cos’è il design vintage Il design vintage è legato innanzitutto al tempo e alla storia d’uso degli oggetti. Si tratta di elementi progettati e prodotti in un determinato periodo storico, spesso all’interno di una produzione industriale più ampia, che oggi vengono riletti alla luce della distanza temporale. Un oggetto vintage porta con sé: un contesto storico preciso una funzione originaria chiara una relazione diretta con l’uso quotidiano Il suo valore risiede nella capacità di testimoniare un modo di progettare, produrre e abitare che appartiene a un’altra epoca. La patina, i segni del tempo e l’usura non sono difetti, ma parte integrante della sua identità. Il design vintage non nasce per essere collezionato: diventa interessante dopo, attraverso il tempo e lo sguardo critico che si posa su di esso. Che cos’è il collectible design? Il collectible design, al contrario, nasce già consapevole del proprio ruolo culturale. È un design che dialoga fin dall’inizio con il sistema dell’arte, della curatela e del collezionismo contemporaneo. Le sue caratteristiche principali non sono l’età o la funzione, ma: una forte intenzionalità progettuale una produzione limitata o controllata una relazione diretta con gallerie, collezionisti e contesti espositivi una narrazione che accompagna l’oggetto fin dalla sua nascita Nel collectible design l’oggetto non è soltanto uno strumento funzionale, ma un dispositivo culturale. Il progetto, il concetto e il contesto contano quanto – e talvolta più – dell’uso. In molti casi, il collectible design non si pone come alternativa al design industriale, ma come territorio di ricerca, dove funzione, materia e significato vengono messi in discussione. Il tempo non basta: perché non tutto ciò che è vecchio è collectible Uno degli equivoci più diffusi è pensare che il semplice trascorrere del tempo trasformi automaticamente un oggetto in un pezzo da collezione. In realtà il tempo è solo uno degli elementi in gioco, e spesso nemmeno il più importante. Affinché un oggetto possa essere considerato collectible è necessario che esistano: una qualità progettuale riconoscibile un contesto culturale che lo legittimi una narrazione coerente nel tempo Molti oggetti vintage rimangono interessanti come testimonianza storica o come parte di una cultura materiale condivisa, senza mai entrare in una dimensione collezionistica strutturata. E questo non rappresenta un limite, ma una differenza sostanziale di natura. Design, funzione e valore culturale La distinzione tra vintage e collectible design porta inevitabilmente a riflettere sul rapporto tra funzione e valore culturale. Nel design vintage la funzione è spesso il punto di partenza: l’oggetto nasce per rispondere a un’esigenza concreta e viene successivamente riletto come espressione di un’epoca. Nel collectible design, invece, la funzione può diventare secondaria o addirittura simbolica. L’oggetto è prima di tutto un progetto, una presa di posizione, un’idea resa materia. Questa differenza non riguarda soltanto gli oggetti, ma il modo in cui essi vengono inseriti negli spazi e nel nostro quotidiano. Vintage e collectible design: due valori diversi, non opposti È importante chiarire che vintage e collectible design non sono categorie in competizione. Non si tratta di stabilire gerarchie o di definire cosa sia “meglio”. Il vintage lavora sulla memoria, sull’uso e sulla continuità. Il collectible design lavora sulla ricerca, sulla sperimentazione e sul presente. Entrambi possono convivere e dialogare all’interno di uno stesso progetto, se inseriti con consapevolezza e senza forzature. Uno sguardo che nasce dall’esperienza Questa distinzione non nasce solo da una riflessione teorica, ma da un’esperienza diretta maturata nel tempo attraverso il confronto con il mondo delle gallerie di design e con contesti espositivi in cui il progetto viene letto, discusso e messo in relazione con il sistema dell’arte e del collezionismo. Un ambito che contribuisce a formare uno sguardo sul design non come semplice oggetto, ma come espressione culturale, capace di assumere significati diversi a seconda del contesto, del tempo e dello spazio in cui viene inserito. Perché questa distinzione è importante anche per l’architettura La differenza tra vintage e collectible design diventa centrale quando si parla di progetto dello spazio. Oggetti, arredi e architettura non sono elementi separati, ma parti di un unico sistema. Nel mio lavoro di architetto a Torino, la scelta tra un oggetto vintage e un elemento di collectible design non è mai una questione di tendenza o di valore simbolico, ma di progetto. Dipende dallo spazio, dalla luce, dalla funzione e dal tipo di relazione che si vuole costruire tra le persone e l’ambiente. Comprendere questa distinzione significa progettare con maggiore consapevolezza, evitando sovrapposizioni forzate e valorizzando ogni elemento per ciò che realmente è. Questo articolo fa parte di una riflessione più ampia sul rapporto tra design, progetto e cultura dell’abitare. Il testo è redatto da Giuseppe Ghignone, architetto a Torino</image:caption>
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